CHEMA MADOZ

Il sogno degli oggetti


 

di Enrica Viganò

dal catalogo “Foto&Photo 2004”

Forse per Chema Madoz “il sogno degli oggetti” sarebbe quello di avere una nuova vita, slegata dalla consuetudine del loro utilizzo da altri stabilito. Forse gli oggetti sono stufi del comune modo di pensare. Forse un tombino vorrebbe provare l’ebbrezza di fare lo scolapiatti e una catena da bicicletta coltiva la fantasia di mettersi al collo di una bella signora come una preziosa collana. In effetti perché non invertire lo sguardo abituale sulla realtà? Ci voleva un demiurgo di un universo paradossale come Madoz per rendere visibili questi scherzi della logica e dare nuovi confini all’immaginazione.

“Sono immagini che nascono un po’ dalla contemplazione, dall’interesse per la percezione, dallo scomporre e rielaborare sia l’informazione visuale sia la conoscenza acquisita. In definitiva, rispondo al tentativo di creare uno spazio dove elementi per natura antagonisti convivano con armonia.” Madoz crea nuove relazioni tra la funzione e la rappresentazione, costruendo egli stesso oggetti improbabili, ma al tempo stesso possibili, perché coerenti con certi criteri della percezione. Poi li fotografa, perché l’immagine fotografica ha il potere di elevare l’entità di quello che rappresenta arricchendolo di una caratteristica semantica molto superiore a quella della realtà.

Il supporto fotografico ancora una volta aggiunge un alone di “verità” nel nostro processo percettivo. In tempi in cui la messa in questione della funzione della fotografia nella documentazione del reale è una costante nel dibattito culturale, Madoz contribuisce con un pensiero sull’illusione del quotidiano. Non ci sono certezze in questo mondo, ci sono solo convenzioni, tutto è manipolabile, tutto può essere guardato in una luce differente.

In fondo il gioco è una delle formule primarie di apprendimento, attraverso l’attività ludica iniziamo a studiare il mondo intorno a noi: Madoz innalza la beffa a strumento di analisi, traduce con ironia le intuizioni di un visionario e provoca inevitabilmente la riflessione, ci spinge ad aprire la mente.

Il suo processo creativo utilizza ogni possibile forma di elaborazione-connessione tra gli oggetti. Citavamo il paradosso delle funzioni, ma egli spazia nelle contraddizioni e nelle metamorfosi, alla stessa velocità con cui coglie l’analogia simbolica o il gioco dialettico e con la stessa innocenza con cui distorce la scala visiva e manipola le distanze, forzando l’inventiva fino ai limiti del nostro pensiero.

Ma ciò che arriva a ognuno di noi è il suo sottile senso dell’umorismo, certo egli ci induce a riflettere, ma sempre e immancabilmente con un sorriso, con la leggerezza dell’ironia: “Lavoro con codici visuali molto riconoscibili, ai quali tutti abbiamo accesso. Per questo raggiungo un pubblico molto vario.” Se poi alcuni leggono dei messaggi impliciti e altri si fermano allo scherzo della percezione, questo dipende dalla capacità di ciascuno di elaborare l’immagine: Madoz non suggerisce alcuna chiave di lettura, non dà indizi, non mette titoli alle sue opere.

Una foto di Chema Madoz si riconosce di primo acchito, nessuno può imitarlo e lui stesso non imita nessuno. Certo, riferimenti alle avanguardie artistiche, come il surrealismo, a volte sembrano azzeccati, ma, come lui afferma, la sua opera starebbe troppo stretta in qualsiasi casella “Non è evidentemente un lavoro concettuale, né minimalista, né surrealista, né dadaista, nel senso completo. L’ho sempre considerato ‘terra di nessuno’, che si nutre da diverse fonti e ogni volta che gli mettono un’etichetta ho la sensazione che rimangano escluse molte cose”.

La sua grande arte di prestigiatore ha conquistato da tempo il mercato del collezionismo. Nato a Madrid, dopo un’avviata carriera da impiegato di banca, si è lanciato finalmente negli anni ottanta a produrre le sue alchimie visuali, che in principio vedevano anche la presenza umana e solo negli anni novanta si sono circoscritte alla più complessa realtà degli oggetti inanimati.

Mi piace chiudere con una citazione letteraria di Bernardo Riego: “Quando contemplo l’opera di Chema Madoz per me risulta inevitabile pensare a Jorge Luis Borges, e specialmente ad alcuni dei suoi racconti, come quello del dizionario di Tlön incontrato casualmente in un’altra opera e le cui regole per spiegare il quotidiano erano molto diverse – però non per questo meno efficaci – da quelle che usiamo nel nostro tranquillizzante mondo cartesiano. Le categorie con le quali navighiamo in quella che chiamiamo la realtà, non sono le uniche valide, e Chema Madoz si preoccupa di ricordarcelo in ognuna delle sue immagini”.
 

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