DUANE MICHALS
Dr Duanus’
Duane Michals
di Enrica Viganò
tratto da
Duane Michals,
Pacific Press Service, Tokyo 1998
“When you look at my photographs,
you are looking at my thoughts”, questa frase contiene la
chiave di lettura dell’intera opera di Duane Michals : un’opera
che coincide, come accade in pochi autori, con la sua filosofia
della vita. Quarant’anni fa, al tempo del suo esordio , questa
frase era già alla base di immagini destinate a scardinare gli
assiomi del linguaggio fotografico, rivoluzionandone forma e
contenuto.
E’ la sua personalità, così
sensibile e lontana dai luoghi comuni, che gli impone fin da
subito di andare oltre la superficie delle cose, oltre la
realtà fotografabile, per raggiungere l’entità del nostro
essere : “Photographers deal with reality exquisitely.
There is no other art form which reproduces
reality with that kind of fidelity. But to me that is to say
that appearances are the only things which we consider to be
real. What about dreams, what about fear, what about lust, what
about all those intimidations which we perform on each other?
These experiences, to me, constitute reality.”
Ecco, quindi, la prima
rivoluzione : prendere le distanze dalla celebrata
fotografia di reportage, dalla fotografia come strumento della
memoria visiva, come documentazione della realtà. Ancora una
volta è il suo carattere schietto e disinibito, che lo porta ad
affermazioni coraggiose per quell’epoca : “None
of my photographs would have existed without my inventing them.
These are not
accidental encounters, witnessed on the street. I am
responsible! Whether Bresson was there or not, those people
would have had their picnic along the Siene. They were
historical events.”
Duane Michals - nato a
McKeesport, Pennsylvania, nel 1932 - studia arte e, trasferitosi
a New York, lavora come designer in diverse riviste, fino a
quando, durante un viaggio in Russia si incontra casualmente con
quello che diventerà il suo mezzo espressivo. Con una macchina
fotografica presa in prestito, infatti, realizzerà per strada
alcuni ritratti del popolo sovietico, che riscuoteranno un
immediato successo per la loro disarmante semplicità. E’ il 1958
e Michals non ritornerà più a questo genere di fotografia,
(tranne una piccola eccezione con il progetto Wonders of
Egypt) perché, nonostante il forte impatto di questi
street shots of strangers, la sua attenzione è rivolta alle
esperienze interiori dell’uomo. Sono le idee il contenuto del
suo lavoro e l’immaginazione la lingua con cui le descrive: “I
believe in the imagination.
What I cannot see is infinitely more important
then what I can see”.
Quello che non si può vedere,
quello che rimane celato, diventa quindi oggetto dell’indagine
di Duane Michals : la natura umana, con i suoi misteri più
inestricabili, le emozioni, i sogni, le paure, i desideri, le
fantasie, lo spirito “I’m essentially interested in spiritual
matters. I’m interested in the nature of my
experience in the most profound way”.
Con un linguaggio essenziale, che attinge spesso a
immagini religiose e mitologiche, Michals ci spinge a rivelare
la nostra stessa vulnerabilità, accettando debolezze e
imperfezioni e incoraggiandoci a vivere intensamente questo
breve passaggio sulla terra “We must touch each other to stay
human. Touch is the only thing that can save
us”. A queste tematiche “mistiche”, se ne aggiungono
altre più esistenziali, come le domande sulla morte, sempre
immaginata come una trasformazione, o sul tempo “As soon as
I say ‘now’, it becomes ‘then’”. Spesso presenti anche gli
argomenti legati alla condizione umana nella società, come il
razzismo, l’emancipazione femminile, l’omosessualità,
l’intolleranza, la guerra. Temi in cui Michals, con trovate
bizzarre e a volte naif, si schiera dalla parte dei diritti
umani (ne sono un esempio Black is Ugly, Sarajevo,
C.L.E.A.N.).
Ed è proprio per la complessità e
la delicatezza del contenuto delle sue opere, che per Michals
diventa inevitabile inventarsi nuove forme. Ecco quindi la sua
seconda rivoluzione : mette in discussione la sacralità
della singola immagine e la convinzione che una foto vale più di
mille parole. Michals, quindi, osa spingersi oltre i limiti
autoimposti di una disciplina che ostenta la volontà di voler
rimanere “pura”.
Le sue sequenze contestano
l’autonomia e l’autosufficienza dell’immagine isolata,
costruendo storie che stanno al cinema nello stesso rapporto in
cui i poemi stanno al romanzo. Straordinarie serie che
suggeriscono pensieri, senza pretese didattiche e nella massima
libertà d’interpretazione.
Quando Michals si mette a
scrivere sulle stampe fotografiche lo scandalo si completa.
“This impulse to writing is born out of the
frustration with the silence of the photograph... This is not
the abandonment of the photograph, but an expansion of the
possibility of expression. What must be abandoned is the idée
fixe of the purity of the camera as a perfect vehicle for
reproducing reality and beyond the need of collaboration. The
artist should not be defined by the medium but must redefine the
medium for his own purposes. A photograph is not worth a
thousand words. Everything is, after all, a thought”.
Michals è uomo colto, ama la
pittura del Rinascimento e artisti come De Chirico, Balthus e
Magritte, che lo hanno influenzato nel suo percorso creativo. Al
contrario non ha preso niente dal mondo della fotografia, anche
se stima diversi fotografi : “I love
Robert Frank, I think he is marvellous, I love Bresson.
I love all these people very
much as photographers. But a natural ally that I should have is
Minor White, and I don’t like Minor White at all. We have so
many parallels. We’re both gay and we’re both interested in
mysticism, and I understand the generational difference there.
But he turned himself into a professional guru. I would never do
that, I would never impose that ... I find people who deal
professionally with spiritual things, they pontificate and it
gets much too thick and heavy and pseudo-religious, so I try to
deal with these issues in another kind of way, without
underlining the spiritual aspects of them”.
Mentre la sua ricerca
personale si orienta verso l’esplorazione metafisica, Michals
porta avanti, parallelamente, il suo lavoro commerciale per
riviste come Vogue, Esquire e Scientific American. La sua
specialità sono i ritratti, caratterizzati anch’essi da una
creatività tenacemente innovativa. Molti i personaggi della
cultura che ritrae negli anni. Uno dei primi non poteva non
essere René Magritte, suo idolo e ispiratore da sempre, con cui
è riuscito a trascorrere alcuni giorni nella sua casa-studio in
Belgio, fotografandolo nell’apparenza e nell’essenza. Michals
entra nel mondo di Magritte e ne rappresenta l’identità
artistica. Inventa giochi di doppia esposizione per suggerire il
surrealismo di Magritte, per richiamare alla mente le sue opere.
Ritrae Magritte senza Magritte, attraverso i segni del suo
spazio. Nell’esposizione questa serie di immagini introduce
altre straordinarie fotografie di protagonisti dell’arte e dello
spettacolo, tra cui il suo amico d’infanzia Andy Warhol, Marcel
Duchamp, Giorgio De Chirico, De Kooning e Robert Duvall. Il
lavoro editoriale e pubblicitario rimane una costante separata
nella carriera di Duane Michals, che lui non rinnegherà mai
“I’d be very worried if I didn’t do commercial work.
I love it. I don’t think it’s compromising at
all, because I feel very secure in my private work”.
Michals si sente sicuro del suo
lavoro personale perché coincide con la sua stessa vita. E’ una
persona fuori dal comune. La sua inarrivabile ironia diventa
strumento delle sue creazioni (soprattutto negli autoritratti),
ma rimane anche perno del suo quotidiano (divertentissimi i
messaggi che lascia sulla segreteria telefonica del suo studio,
sempre diversi, pungenti e legati all’attualità). La sua
convinzione che i pregiudizi non debbano esistere si riflette
sia nel rapporto con gli altri sia nelle sue opere, dove prende
posizione sul piano politico e sociale contro quelle che lui
considera ingiustizie e assurdità (magistrale il libro per
bambini Upside Down Inside Out and Backwards, un vero
trattato sulla tolleranza raccontato con immagini e favole
surreali). La necessità di guardare nel profondo gli dà
inesauribile materiale per la sua arte, ma lo distingue anche
nelle relazioni interpersonali per la sua conversazione
carismatica. Il suo atteggiamento gentile e positivo, lascia
traccia nelle sue fotografie più poetiche, ma è fondamentale
anche nel rapporto con il prossimo, dove non prevalgono mai
l’arroganza e l’arrivismo. Un uomo affascinante il cui segreto,
forse, risiede nel fatto che si muove con la leggerezza e
l’allegria di un ragazzo, ma guarda il mondo con la piena
coscienza di un vecchio saggio.
Per questo è inevitabile
lasciare ampio spazio alle sue parole, ogni citazione aggiunge
un pezzo al mosaico di quest’autore, diventato riferimento
imprescindibile nella storia della fotografia. La sua opera, in
antitesi alla teoria del “momento decisivo”, rientra nell’ampia
sfera del concettualismo, rimanendo però sempre scostato dalle
forme più fredde e più “furbe” dell’arte concettuale più
recente. “The nineteenth century was
accused of excessive sentimentality. It’s gone completely the
other way, and now it’s so minimal. I love the Cubists, I think
Cubism and Surrealism are my two favorite periods. Now it’s got
to that artists don’t even know how to draw anymore, and when
they do intellectual things - like I’m sometimes referred to as
being conceptual, which I am, but I think Arakawa and Kosuth and
all those intellectual games are just nonsense - I couldn’t care
less about them, I think the art should touch. I think it should
move one to a greater consciousness of what one’s life is all
about. And I find that I’m simply not moved by 99% of what I see
... I really don’t care about the official culture. What I want
out of my life is I want touching, I want passion, I want
feeling, I want somebody to tell me what it means to be alive,
which was always the domain of the artist and the poet, but they
don’t do that any more. I don’t see it anywhere, but I do what I
want to see, so my work tend to deal with those issues that I
don’t see anywhere else”. Di nuovo in primo
piano l’importanza dell’essenza, la consapevolezza del ruolo che
può avere l’arte ; il diniego ai giochi del mercato è
evidenziato anche dall’uso di stampe fotografiche di piccolo
formato (in un’epoca che tende ad ingrandire al massimo le
opere sulle pareti delle gallerie) perché danno un senso di
intimità e creano una fondamentale one-to-one relationship.
“I
am not interested in the perfect print. I am interested in a
perfect idea. Perfect ideas survive bad prints and cheap
reproductions. They can change our lives.”
Un artista
quindi al confine tra fotografia, pittura e poesia e, come lui
stesso afferma “The key word is
expression - not photography, not painting, not writing”.