LUIGI GHIRRI
Il profilo delle nuvole
da Gianni
Celati,
“Commenti su un teatro naturale delle immagini”,
in Luigi Ghirri, Il profilo delle nuvole,
Feltrinelli, Milano 1989
Ghirri ha spesso parlato della
fotografia come una specie di racconto di fantascienza. Dice che
il mondo visto non è lo stesso del mondo fotografato, così come
il mondo d’un uomo che piange non è lo stesso d’un uomo che
ride, e il mondo di chi abita un luogo non può essere lo stesso
di uno scienziato che manipola dei modelli in cui nessuno può
abitare. Se ci sono analogie nei dettagli, passando dai dettagli
ai diversi racconti complessivi, tutte le analogie diventano
quasi illusorie.
Ghirri descrive questo passaggio
come uno scarto che riguarda già il momento del fotografare…
Nelle foto di Ghirri il piccolo scarto è quasi sempre
riconducibile ad una questione di luce. Non può mai esservi la
stessa luce sulle cose in due momenti diversi, e dunque le cose
non possono mai avere gli stessi colori. Non sarebbe mai
possibile fare la stessa foto in due momenti diversi, e il
piccolo scarto è dato da questo stato di contingenza che porta a
fare la foto.
Roland Barthes sottolineava questa
irreversibilità, indicandola come morte di tutto ciò che una
foto rappresenta al momento in cui viene scattata. A questo
Ghirri risponde che è anche possibile pensare che il tempo
rinnovi, che ogni scatto accidentale rinnovi la percezione,
invece d’essere solo la pietra tombale dei momenti di vita.
Dice che ogni foto, sebbene legata
all’occasione contingente, in realtà rimanda ad un’altra foto
già fatta o da fare, o ad altre immagini viste. La situazione è
quella d’un racconto, che è composto di stati di contingenza,
passaggi da un momento all’altro…
Spesso ha detto che nell’ultimo
decennio il suo sforzo è stato proprio questo: “Aprire il
paesaggio, dislocare lo sguardo, uscire dal muro dell’arte.
Liberarsi un po’ dai gerghi culturali, dagli armamenti critici.
Le foto sono solo immagini per ricordare qualcosa, appunti da
mettere in un album”.
Le foto di Ghirri per questo suo
album hanno come tema un paesaggio italiano che si stende
intorno al fiume Po, fino al mare. Non sono disposte secondo un
indice tematico, e neanche secondo un percorso geografico. Sono
momenti sparsi collegati da un reticolo di analogie, in una
trama che non è riassumibile, perché data dall’intreccio di vari
fili narrativi.
Quando lavoravo a prendere appunti,
spesso mi lamentavo con Ghirri per la difficoltà di trovare uno
scarto ed uno stupore che mi portassero avanti. A volte mi
veniva da dire che tutto è monotono e previsto, e lui mi
rispondeva che non è vero. Certo: la monotonia non è che il
sentimento deluso di chi s’aspetta sempre nuovi illusionismi,
come se occorresse essere sedotti anche per fare un solo passo.
Ma solo di qui può nascere la
strana idea che ci sia “qualcosa da vedere”, come una qualità
assoluta dei luoghi, quotata da un listino di valori. Mentre in
realtà non c’è mai niente da vedere, ci sono solo cose che ci
capita di vedere con maggiore o minor trasporto,
indipendentemente dalla loro qualità. Un lutto attenua tutti i
colori di un paesaggio, e un innamoramento li ravviva.
Da Ghirri ho imparato che, nelle
situazioni in cui si resta bloccati perché tutto sembra monotono
e previsto, occorre volgere gli occhi all’orizzonte. Questo
intendeva dicendo: ”Dislocare lo sguardo, aprire il paesaggio.”
Ecco allora quegli orizzonti
lontani e appena percettibili, sotto cieli foschi. Sono foto al
limite del possibile, che aprono generosamente la visione. La
sottraggono all’idea di “qualcosa da vedere”, e la riportano ad
un movimento d’animazione che fa spalancare gli occhi. Come
molte altre foto di Ghirri, semplicemente dislocano lo sguardo
verso l’aperto e ci fanno riprendere contatto con l’orizzonte.
Riducono tutto ad una visione atmosferica, ad un racconto di
fenomeni che ci avvolgono.
Ghirri riconduce tutte le apparenze
e apparizioni verso quell’ultimo sfondo, verso il limite sul
quale l’aperto si fa mondo. Riesce a farlo attraverso la visione
atmosferica, cioè attraverso il sapore affettivo dei colori e
dei toni. E ciò gli permette di presentare tutte le apparenze
del mondo come fenomeni sospesi, e dunque non più come “fatti”
da documentare.
La ricerca di Ghirri, mentre accentua al massimo
il carattere contingente della fotografia, ne fa anche un mezzo
per ottenere un tempo sospeso fuori dalle coordinate storiche,
come quello delle fiabe. Ma si può anche dire che è un tempo
sospeso quello che passa via ogni giorno con noi, come le nuvole
che navigano alterando i loro contorni in una strana
sospensione…