MARIO GIACOMELLI

Il Mio Canto Libero

 

Materia dell’anima
di Enrica Viganò
da Mario Giacomelli. La Collezione Città di Lonato, Admira Edizioni, Milano 2003

L’opera di Mario Giacomelli si pone oltre ogni ordine prestabilito. La sua profonda relazione con la fotografia si è sviluppata in totale libertà, in un’epoca, peraltro, in cui l’Italia fotografica era settariamente divisa tra tendenze estetiste e tendenze realiste. Giacomelli non rimase fuori dal dibattito, era anzi collegato ai maggiori circoli del tempo e in contatto con una rete di fotografi e teorici che hanno fatto storia, ma la sua ricerca restò lontana dalle polemiche e il suo sguardo libero dalle frasi fatte. E’ curioso scoprire, attraverso la raccolta di lettere scambiate con l’amico e fotografo Alfredo Camisa¹, come negli anni cinquanta l’impegno nella fotografia artistica  fosse fortemente concentrato sulla partecipazione ai concorsi del circuito amatoriale. Nel Giacomelli degli ultimi anni, invece, non rimaneva traccia di questo forsennato industriarsi per farsi conoscere, dall’alto della sua fama Mario insisteva a presentarsi modesto e disinteressato al percorso delle sue opere dopo la creazione, per lui unico momento fondamentale. Ma sappiamo per certo che gli onori di tanti premi, suggellati nel 1964 dalla partecipazione alla mostra curata da Szarkowski al Museum of Modern Art di New York, lo riempivano di orgoglio e fiducia per continuare il suo cammino anarchico.

Anche a causa di questa anarchia, il fotografo italiano più conosciuto al mondo, non ha fatto scuola. Mario Giacomelli non ha discepoli, non è cosa possibile. I discepoli avrebbero dovuto impossessarsi della sua anima per poter seguire le orme del maestro, perché è nell’anima  che nasce il suo doloroso autoritratto ed è nel ventre che ha radice la sua confessione lirica. Giacomelli duella con il reale alla ricerca di se stesso, si confronta con il mondo e le sue pene per evidenziarne l’ingiustizia, ma è il suo grido interiore quello che prevale su ogni oggettività: “L’elemento realista è importante perché definisce un materiale in cui l’essere si immerge, ma la sua apparizione deve essere attraversata da un soffio profondo, cosicché la fotografia diventi un’interiorità.” ²

Per trasmettere il pathos dei suoi interrogativi esistenziali Giacomelli faceva uso di qualunque mezzo: libertà assoluta quindi anche nello stile. Nessun limite e nessun perbenismo, tutto era permesso, anche i ritocchi più rozzi, ma soprattutto lui bruciava, mascherava, sfregava, forzava la luce con manipolazioni che potessero piegare la materia alle sue intenzioni: “Mi dicono spesso che le mie fotografie sono piene di errori, e invece non sanno quanta fatica mi costa fare una foto così sbagliata”.³

Su ogni foto di Giacomelli c’erano ore ed ore di lavoro, ore rubate alle notti e alle domeniche, ore in cui camminava tra le sue foto e le componeva e scomponeva in serie che riflettevano il suo stato d’animo (e tuttora fanno impazzire i suoi catalogatori), ore in camera oscura per tirar fuori il nero assoluto o il bianco incandescente, ore ad interpretare la realtà secondo il suo codice: “Ho scoperto la realtà che ho dentro di me: distruggo l’oggetto e lo ricostruisco senza tenere conto della realtà oggettiva. È come un gioco d’amore tra la realtà e il risultato fotografico”.4

Una cifra stilistica che rispecchia il suo fervore, una brama intensa e irrequieta di esprimere qualcosa di suo, di diverso, di vero.  Giacomelli si avventura così su svariati fronti che gli assorbono anni di dedizione: primo tra tutti l’ospizio, luogo in cui affronta i suoi pensieri sulla morte e la malattia e ci restituisce un drammatico teatro di rughe ed esistenze. Ci passa un anno in quell’ospizio prima di fotografare, ogni domenica va a trovare quei vecchi, cerca di rendersi figura familiare e solo a quel punto inizia a registrare, con la sua Kobell e uno spietato flash, i gesti di una deriva che lo terrorizzava. Ci torna in più riprese, sempre per periodi lunghi, come se non gli bastasse mai il tempo per riuscire a capire. Più avanti cercò di comprendere anche il mistero della speranza nei pellegrini a Lourdes, esseri in cerca di vita, non certo in attesa della morte. Un’esperienza che lo segnò nel profondo e da cui riportò immagini fuori dall’ordinario, nessun pietismo per le disgrazie degli altri, ma un’ammirazione sconfinata per la forza che dimostravano. A Scanno invece subì il fascino del bianco e nero “vivente” e di un sipario perfetto dove collocare i segni di una storia antica. Un paese peculiare per le forme che in esso dimoravano e si muovevano, uomini e donne vestiti di nero, strade sterrate che riflettevano il chiarore del giorno, una malinconia da scrivere con la luce. Ma intanto continuava a fotografare la natura, a costruire opere grafiche con le ferite della terra: “Immagini in cui l’orizzonte non esiste, in cui tutto diventa materia e segno”
5 Giacomelli torna e ritorna sulle colline marchigiane, osserva i contrasti delle sue linee, aspetta le luci più taglienti, scatta infinite immagini di un incanto che è insieme metafora e sublimazione delle fatiche umane. Un’altra tessera del suo mosaico visionario e profetico: “L’urlo espressionista di un fanatico della vita contro lo scandalo del degrado e della morte”.6

Per fortuna nella saga dei Pretini, giovani seminaristi che Giacomelli segue per anni prima di realizzare le sue immagini forse più popolari, ritroviamo una leggiadria che ci spalanca il cuore. Con un’intraprendenza febbrile egli cerca di creare le composizioni di segni che si era prefigurato, con personaggi ignari delle sue visioni e che mai avrebbero dovuto apparire posati. Però lui preveggente collocava la bicicletta in un dato punto, portava il gattino in un altro e tirava il pallone per creare movimento, ed ecco ogni segno al suo posto, per un solo istante che fugge appena lo ferma sulla pellicola. Poi nella stagione della neve il gioco diventava quasi d’obbligo, provocava battaglie di palle che poi gli si rivoltavano pure contro a discapito della macchina fotografica “ficcanaso”. O ancora, nascosto dentro un pericolante abbaino, mentre fotografa i pretini sul terrazzo che facevano il girotondo. Solo una determinazione così paziente e dedita poteva far scaturire simili capolavori.

Una volta mi scrisse: “Fotografia come incontro con la vita, come evento creativo che affonda nella poesia passando per il quotidiano, trasfigurandolo e portandolo nell’orto del mio linguaggio.” Un linguaggio che andava oltre l’immagine fotografica, Giacomelli era anche un poeta, con un passato di pittore, egli racchiudeva in sé la quintessenza della vita e la generosità nell’esprimerla. Ed ecco tutta la sua opera vibrare di poesia.
 

   

  1 Cfr. Chiti G. (a cura di), “Se non fosse per la lontananza…”, in AFT, giugno 2001  
  2 Celant G., “Una fotografia rugosa”, in Celant. G., Mario Giacomelli, Photology-Logos, 2001  
  3 Calvenzi G., “Mario Giacomelli”, in Il Fotografo, n°82, febbraio 1984  
  4 da una lettera di Giacomelli del marzo 1966, citata in “Quando una fotografia diventa
leggenda”, intervista di Giovanna Chiti a Piero Racanicchi, in AFT, giugno 2001
 
  5 Colombo A., “Visioni inseguite per anni”, in Mario Giacomelli, Fabbri, Milano 1983  
  6 Scianna F., “L’urlo espressionista di un fanatico della vita”, in Il Sole-24 ore, 26 novembre 2000  

   


 

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