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NINO MIGLIORI
Protagonisti del neorealismo
Tempo collettivo e
tempo personale
di Attilio Colombo
da Gente Anni ’50, l’Artiere Edizionitalia, 1999
1. E’ certamente un segno
dei tempi - tempo “collettivo” e tempo personale - questa
riscoperta delle proto-figurazioni di Nino Migliori, di un
artista cioè che ha fatto della ricerca informale e della
sperimentazione materica la cifra stilistica predominante (o
prevaricante?) dell’intera sua produzione fotografica. E che
ogni citazione (si tratti di storia o di cronaca) assume tra gli
eponimi dell’esplorazione linguistica e delle tangenze
d’avanguardia.
Segno, dicevo, di un tempo collettivo di ripiegamento e di
riflessioni, psicologicamente forse indotte anche dalla chiusura
del millennio e dall’inevitabile tentazione di un bilancio
retrospettivo.
Segno anche di un tempo personale di svolta, in cui la mai
cessata attività euristico-pedagogica (almeno in termini di
ricerca sperimentale) rallenta in favore di una più meditata,
forse nostalgica, riconsiderazione di altri momenti e di altre
stagioni.
Nell’un caso come nell’altro, un felice recupero, utilissimo sia
all’autore (che può meglio sistematizzare, e specchiarsi, nella
sua ormai semisecolare produzione) sia ai moltissimi che,
inseguendo raffiche di novità in tempi di rapide accelerazioni,
rischiano di dimenticare (o di liquidare per schemi sommari) ciò
che è già stato e dovrebbe costituire fondamento di memoria
storica.
2. A fine anni Quaranta, inizio Cinquanta, Nino Migliori ha già
superato i vent’anni. E’ l’età ideale per vivere il clima
culturale, il fervore delle iniziative e delle discussioni, il
dibattito delle idee intorno all’arte in generale, alla
fotografia in particolare.
E’ il momento in cui il paese sta vivendo - nel passaggio dal
fascismo alla democrazia - una profonda cesura che cambierà il
volto all’intera società italiana. Contro un’arte della pura
forma, una fotografia di propaganda, un’informazione che sotto
il fascismo tendeva ad eludere i problemi reali del Paese, si
contrappone, anche polemicamente, l’esigenza della scoperta
dell’Italia reale, nella sua arretratezza, nella sua miseria,
nelle sue contraddizioni, insieme con una grande, talvolta
ingenua, fiducia nelle possibilità di rinnovamento e di
progresso.
3. Archetipo e sintesi di questa posizione ideale è la grande
stagione del “neorealismo”, un termine che esprime - assai più
che una scuola o una formula - una tendenza, un’esigenza dei
tempi.
Che spinge la maggior parte degli intellettuali italiani ad un
mondo di rapporti aperti, ad una adesione istintiva - spesso
anche estetizzante - al popolo. E che, secondo Zavattini, non
parte tanto da contenuti prestabiliti, quanto da una posizione
morale: la conoscenza del proprio tempo con i mezzi specifici
dell’arte.
Preannunciato dalla letteratura (Salvemini, Alvaro, Vittorini,
Carlo Levi), sviluppato da alcuni filoni della pittura (in
particolare il movimento di «Corrente»), il neorealismo
raggiunge il suo vertice sfolgorante (che lo impone a livello
internazionale) nella cinematografia di Visconti, Rossellini, De
Sica, come un’ibridazione tra la cultura profonda del Novecento
figurativo, letterario, cinematografico (non soltanto italiano)
e la disperata volontà di scoprire con disincanto le immagini
proposte da un paese che l’immagine aveva lungamente ignorato.
4. E la fotografia? Che ruolo svolge la fotografia all’interno
di un movimento così spontaneamente antiretorico e
antimistificatorio? Vale forse la pena di raccontarla di nuovo,
questa storia che sta alle radici della nostra contemporaneità.
Per dire, ad esempio, del furore con cui i fotografi di cronaca
riscoprono l’esigenza di conoscere e raccontare il paese nella
sua realtà dopo decenni di retorica ufficiale e di censura
feroce. O dell’ansia di rinnovamento incomprimibile dei giovani
che, all’abuso della parola mendace e retorica, sostituiscono
“l’infallibile verità” dell’immagine fotografica. O
dell’impressionante fioritura di riviste illustrate, che
rivelano un diverso modo d’uso della fotografia e pongono i
fotogiornalisti davanti ad una nuova concezione della
professione.
Come esempio di questa “nuova fotografia” possiamo citare le
drammatiche immagini scattate da Tino Petrelli agli abitanti
trogloditi di Africo in Calabria che, pubblicate nel 1948
dall’Europeo di Arrigo Benedetti, spingeranno il governo a un
sussulto di decenza e alla costruzione di Africo Nuovo.
5. Oltre la fotografia dell’attualità, bruciata in quantità
impressionanti da quotidiani del mattino, quotidiani del
pomeriggio e rotocalchi, si sviluppa una fotografia amatoriale
di altissimo livello, finalmente liberata dalla censura che ha
sequestrato Americana di Vittorini e vietato l’importazione di
American Photographs (Walker Evans), finalmente aperta al
confronto con il mondo.
Sono anni - quelli tra il 1946 e il 1955 - in cui approdano nel
nostro paese il grande reportage di Life e l’esperienza unica
della Farm Security Administration (Lewis Wickes Hine, Dorothea
Lange, Walker Evans, Arthur Rothstein), e Luigi Crocenzi - dopo
aver pubblicato sul Politecnico i primi fotoracconti con
immagini civilmente impegnate - illustra con le sue fotografie
Conversazione in Sicilia di Vittorini.
Sono anni in cui la cultura fotografica italiana ha modo di
misurarsi con i maestri internazionali: dal 1948 da Parigi
arrivano le fotografie del gruppo Magnum (Bob Capa, Henry
Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger) e da Lucerna
Romeo Martinez, con la rivista Camera, fa scuola pubblicando il
meglio del grande fotoreportage internazionale. Nel 1950 William
Eugène Smith realizza il suo magistrale Villaggio spagnolo,
caposaldo della fotografia di ogni luogo mediterraneo. Escono
nel 1951 Grand bal du printemps di Izis, nel 1952 Images à la
sauvette di Cartier-Bresson e La France de Profil di Paul Strand,
nel 1954 Mosca e Da una Cina all’altra di Cartier-Bresson. Nel
1955 Un paese di Strand e New York di William Klein. Nel gennaio
dello stesso anno, al MOMA di New York, Edward Steichen inaugura
la mostra The Family of Man che diffonderà in tutto il mondo il
proprio messaggio universalistico.
6. Sono questi alcuni dei principali referenti - assai più che
altri movimenti più legati alla ricerca formale (la Subjektive
Fotografie di Otto Steinert, il Club 30 X 40, il gruppo svedese
TIO) - che consentono ai giovani fotografi italiani di superare
la tradizione salonistica che ha i suoi punti fermi nel
manifesto crociano (1947) del gruppo della Bussola (Cavalli,
Finazzi, Leiss, Vender, Veronesi); in Ferrania, la rivista nata
nel 1947 che rappresenterà per vent’anni il punto di riferimento
della tematica fotoamatoriale; e nella F.I.A.F. (la Federazione
Italiana dei Circoli Fotografici) fondata nel 1948.
A propugnare il superamento della tradizione estetica
idealistica è, dal 1950, la nascita e la posizione de L’Unione
Fotografica, sorta a Milano da una secessione dal Circolo
Fotografico Milanese, guidata da Pietro Donzelli, Davide Clari,
Arrigo Orsi e Luigi Veronesi, decisamente contrari al
fotoamatorismo dei circoli e dei concorsi e appassionati
sostenitori del neorealismo e di un più ampio respiro
internazionale. E’ la grande mostra europea ad invito che Pietro
Donzelli organizza nel 1951 alla Pinacoteca di Brera. Sono le
iniziative del Centro per la Cultura nella Fotografia fondato a
Fermo da Crocenzi. Sono i concorsi fotografici in cui figura in
giuria Paolo Monti. E’ anche, dal 1954, il Misa di Senigallia,
uno dei tre o quattro gruppi che hanno fatto la storia della
fotografìa amatoriale del dopoguerra, dove molti giovani (Branzi,
Giacomelli, Bocci, Ferroni, Camisa, Pellegrini, Ferri, Moder...)
cercano di svincolarsi dai canoni rarefatti dei due fondatori,
Cavalli e Balocchi.
7. Tra l’estetismo idealistico della Bussola, l’impegno sociale
del Politecnico, la distaccata ironia di Cartier-Bresson,
l’attenzione e la partecipazione alle culture escluse di Strand,
la violenza sgranata e traumatica di Klein, il polemico
cosmopolitismo di Donzelli e Casiraghi, il forte espressionismo
di Monti, il fotoracconto di Crocenzi, il lezioso
classicheggiare dei saloni, Nino Migliori vive la cultura
fotografica dei primi anni Cinquanta in una provincia di lusso:
a Bologna giungono gli echi del dibattito (e Migliori si scopre
più vicino a Donzelli e Casiraghi che non a Cavalli o a Finazzi),
ma soprattutto vive la tradizione artistica locale (Bendini,
Leonardi, Mandelli, Mascalchi, Nanni, Pozzati, Vacchi) e
l’antiaccademia del critico Arcangeli.
I temi con cui il fotografo bolognese esordisce rivelano
l’ascendenza nei maestri della grande fotografia internazionale,
da Cartier-Bresson a Paul Strand.
8. Nella prima metà degli anni Cinquanta, il filone figurativo
di Migliori è già ricco di immagini significative (“Insulto”,
“Sera d’estate”, “I cimiteri”...) che rivelano una scelta
bressoniana nell’ironia del confronto, nel distacco esistenziale
da un mondo osservato da un angolo: sono immagini centrate
sull’uomo e sull’ambiente che ne porta i segni, inizi di ciò che
sarà successivamente titolato Gente dell’Emilia”. Occasioni di
dialogo con la realtà, strutturate su una precisa linea
narrativa (che non è ancora reportage classico, ma non è più
semplicemente bozzetto), che rimandano ad una chiara ispirazione
realista (o neorealista, se vogliamo, non immune del tutto da
qualche vena - ma i tempi erano quelli - di linkemelancholie).
Talvolta alla controllata visione formale, “insaporita da un
grano di sospensione metafisica”, si alterna il modello lezioso,
la struttura estetizzante (ma già qui prevalgono personalissimi
toni bassi contro l’imperante tono alto alla Cavalli) che
risentono ancora di una chiara derivazione salonistica).
Nel Foto annuario 1958, edito da Goerlich a cura di Ezio Croci,
infatti, Alfredo Camisa, in un tentativo di catalogazione dei
migliori fotografi italiani, collocherà Nino Migliori - con
Bevilacqua, Bolognini, Del Tin, Persico, Roiter - nel filone
lirico/realista, in cui “la realtà è vista con occhio meno
trasfigurato, ma più distaccato; il fotografo si compiace degli
effetti compositivi e tonali”.
9. Ma dobbiamo tornare ancora, per un momento, al clima dei
primi anni Cinquanta. Tra il 1953 e il 1954, il coté neorealista
(o “neoverista”) della produzione fotografica colta - non quella
che lavora per rispondere alle richieste di quotidiani e
periodici a grande tiratura, ma quella che si muove nell’orbita
dei circoli, dei concorsi fotografici e delle riviste
specializzate - individua il proprio territorio d’elezione nel
Sud dell’Italia. Nel 1952 Franco Pinna - al seguito di Ernesto
De Martino - fotografa in Lucania persone e luoghi “di un regno
scivolato fuori del tempo”. Nel febbraio del 1953 Fulvio Roiter
percorrerà in bicicletta la Sicilia per due mesi, producendo
centinaia di immagini che la Guilde du Livre di Losanna userà
poco dopo per illustrare un libro di Gilbert Cesbron, e che
Romeo Martinez pubblicherà con commenti lusinghieri su Camera.
Nel 1954, su Cinema Nuovo, Guido Aristarco pubblica il
fotodocumentario di Paolo Costa sui minatori di Carbonia, e le
drammatiche immagini del “borgo di Dio” creato da Danilo Dolci
vicino a Montelepre e Partinico e fotografato da Enzo Sellerio.
Anche i grandi e ammirati maestri d’Oltralpe si spingono a Sud,
da Henry Cartier-Bresson, che fotografando Scanno crea un topos
tra i più frequentati dai fotografi nostrani, a Paul Strand, che
prima di fotografare Luzzara (“Un Paese”) si spinge in
Basilicata e in Abruzzo.
10. La discesa nel Sud dell’Italia diventa per i fotografi degli
anni Cinquanta quello che era il Grand Tour ottocentesco per gli
intellettuali europei. Non si è autori completi se non si ha nel
carniere almeno un servizio fotografico su Scanno o sulla
Sicilia.
Si tratta di un pellegrinaggio da leggere in chiave metaforica.
Giustamente qualcuno ha osservato che il Meridione rappresenta
la “terra del rimorso” per la coscienza borghese, la zona
d’ombra con cui fare i conti.
I fotografi fanno i conti come sanno e come possono: più che
analisi sociale o misurazione antropologica, la loro è la
ricerca di un mondo ancora intatto, di un tempo magicamente
rallentato, di scenografie e situazioni “fotogeniche”, della
luce abbacinante che scolpisce sulla pellicola neri profondi e
bianchi croccanti. E’ anche la fuga dalle distruzioni della
guerra e dal febbrile affaccendarsi della ricostruzione
industriale. E’ curioso come il mondo dell’industria e delle
fabbriche, il lavoro degli operai, sia completamente ignorato
dall’obiettivo di gran parte dei fotografi del tempo.
Probabilmente contribuiscono a questa cecità modelli culturali,
stereotipi visivi, una concezione ancora molto letteraria ed
anche - oltre a quella dei grandi fotografi stranieri - la
lezione del cinema neorealista.
Su tutto predomina - frutto di un umanitarismo piccoloborghese
che pretende di superare i propri limiti per trovare accenti
universali - la visione di un universo rurale, di non eccessivo
spessore culturale e ideologico, ma di grande attenzione al
“bello”.
11. Anche Migliori nel 1956 - il nostro ha ormai un curriculum
brillante tra concorsi internazionali e pubblicazioni su riviste
fotografiche - affronta la calata nel Sud: un passaggio
“affascinante e interessante”, un viaggio d’amore e d’arte in
Calabria, Basilicata, Puglia.
Ne ricava un nucleo consistente di fotografie che titolerà
significativamente “Gente del Sud”. Cui seguiranno, l’anno dopo
e con la stessa identica ispirazione, “Gente del Delta” e
“Gente dell’Emilia”, territori di un altro sud che da Bologna
sconfina nel contiguo basso Veneto. In pochissimi anni, nasce un
“corpus” segnato dalla cifra stilistica dominante dell’epoca, il
neorealismo appunto: una visione della realtà fondata sul
primato del “popolare”, con le sue subordinate di regionalismo e
di umanitarismo. Una fotografia apparentemente dimessa ma in
realtà ricca di ambizioni, attenta all’estetica oltre che
all’etica, che rifiuta i bisogni poveri della rappresentazione e
concede qualcosa al fascino dei sogni perduti.
12. Gente, dunque, quella di Migliori. A sottolineare che a lui
non interessano i muri sgretolati ma lucidi di calce, i campi
arati e le zolle aride avide d’acqua, l’abbacinante biancore
delle cave di gesso e le nere colate di lava dell’Etna, oppure
le distese equoree del Polesine o le soffuse e umide nebbie
della Padania, ma le persone umane ricondotte ad un comune
denominatore, a quello che di irripetibile e segreto hanno tutte
le esistenze.
Le sue fotografie sono quasi tutte attraversate da un tempo che
non è quello dell’attimo fuggente, anche se Migliori crede di
ispirarsi a Cartier-Bresson. In realtà in molte di queste
immagini il tempo si condensa come durata, rivelando un impianto
di chiara ascendenza strandiana.
13. Non importa molto sapere se - prima della sua discesa al Sud
- Migliori abbia mai visto qualcosa di Strand. E’ ben vero che
c’è una sua fotografia (la famiglia di sei persone, i due
maschi, vecchio e bimbo, seduti al centro, le donne a due a due
ai loro lati, sui gradini della casa dal portale aperto sul nero
dell’interno) che sembra il calco di una fotografia scattata da
Strand tre anni prima (ma pubblicata solo pochi mesi prima dello
scatto di Migliori). Ma è altrettanto vero che lo spirito del
tempo (Strand partecipò in Italia ad un convegno sul neorealismo
nel 1949) e certe situazioni-tipo necessariamente inducono a
stilemi spesso univoci. E la vita sul marciapiede davanti casa è
- in quegli anni - una situazione inevitabilmente destinata ad
attirare l’attenzione di un fotografo attento. Del resto altri
(Donzelli ad esempio, e poi Berengo Gardin) frequenteranno
questo “topos” visivo.
14. Come per Strand, anche per Migliori, i segni presenti nelle
sue fotografie connotano in genere esistenze lunghe, materiali
ed immobili. Le stesse espressioni dei volti non sono casuali.
Migliori fissa un’espressione solo quando i suoi soggetti hanno
raggiunto uno stato di serena accettazione di se stessi, e si
presentano al fotografo per quello che sono.
Laddove i soggetti gli sembrano troppo sofisticati, e davanti
alla fotocamera assumono la “maschera” di quello che vorrebbero
apparire, la scelta di Migliori è radicale: il suo obiettivo si
sposta per ricercare in altri soggetti la rappresentazione più
genuina di se stessi. E spesso si tratta di bambini, fotografati
in gruppo e colti nella assoluta spontaneità degli
atteggiamenti: irrequieti sulla panca di una chiesa, compresi e
stupiti sotto i loro baschi-uniforme sulla terra battuta della
piazza, con gli intensi occhi sgranati durante la visita al
museo, saltellanti come note musicali sul muro della scuola,
compunti nelle loro divise da chierichetti.
15. Caratteristiche di queste immagini sono la frequenza della
posa frontale e la “presenza” del fotografo davanti ai soggetti,
i cui sguardi finiscono spesso dentro la fotocamera. Lo vediamo
in particolare nei ritratti e nei gruppi ambientati, dove la
figurazione compatta, centripeta, spesso geometrizzata da linee
di chiusura, sembra bloccare lo scorrere del tempo in una
fissità atemporale.
In altri casi, laddove l’inquadratura appare attraversata dalle
linee dinamiche di un’angolazione scorciata (talvolta anche
dall’alto e dal basso), la figurazione appare spesso giocata su
più piani, entro i quali la rappresentazione avviene per storie
differenziate.
E ci sono anche autentici capolavori, come quelle ombre scure
che calano sui tavoli all’esterno della trattoria-bar, la cui
scena - oltre a compendiare nel décor i tratti peculiari degli
anni Cinquanta - appare ricchissima di spunti narrativi, oltre
che magistralmente disegnata da una luce magica. O quel gruppo
di matrimonio sui gradini della chiesa attraversato dal
passaggio del venditore di palloncini, un’apparizione di sapore
zavattiniano che condensa l’incanto di un momento privilegiato.
O quel passaggio dell’asinello con le ragazzine in groppa, in
cui il ritmo musicale del movimento contrasta con la texture
irregolare dei pieni e dei vuoti, e con la dissonanza di
geometrie approssimate nei muri sbrecciati che chiudono a
fondale la scena.
I muri, e i selciati, e le soglie (prevalentemente abbacinati di
luce) segnano in particolare le foto del Sud, con un’insistita
attenzione alla matericità che - se preannuncia o accompagna
un’altra stagione della ricerca di Migliori - rappresenta in
questo contesto una connotazione ambientale dialetticamente
contrapposta ai toni bassi della presenza umana.
16. Questa frequente dialettica interna, che genera tensione
narrativa, è un altro aspetto che inscrive queste fotografie
nello spirito del tempo. In genere Migliori non adotta il
primissimo piano, ma sa variare le sue riprese dalla panoramica
con il grandangolare (in cui il “punctum” è comunque sempre una
presenza umana) al piano americano col medio-tele. La
fotografia assume allora l’aspetto di un fotogramma
cinematografico, che presuppone un “prima” e un “dopo” e che
sintetizza una serie di microeventi.
Laddove il ritmo appare troppo allentato, ecco la sequenza di
immagini, di scuola crocenziana forse, ma sicuramente di
derivazione cinematografica.
Mentre Crocenzi teorizza un “fotoracconto” cadenzato visivamente
da campi e controcampi, secondo una sceneggiatura
paracinematografica che diventerà popolare con il fotoromanzo,
quella di Migliori è una sequenza funzionale ritagliata in una
ristretta dimensione spazio-temporale.
Il dialogo gestuale tra le tre donne in nero (“Gente del Sud”),
sedute su gradini di pietra che si moltiplicano, è una serie
sincopata di fotogrammi, un’unica sequenza da cui il “regista”
ha tagliato qualche tempo morto proponendocene le emergenze
significative.
E’ così anche per tutta l’azione, più rallentata e dilatata, con
cui l’obiettivo della “camera” di Migliori segue i bambini tra i
casoni del Delta: un evidente lungo piano-sequenza, che
riusciremmo chiaramente a leggere come tale, anche senza la
giustapposizione seriale delle singole fotografie. Tale è
l’omogeneità di soggetti, di stilemi, di atmosfera, di fondali,
di luci e di ombre che ci accorgiamo subito di frequentare il
medesimo “set”.
Analoghe sequenze ritroviamo nel “portatore di pane”, o nella
“battaglia” dei bambini con le cerbottane: in cui Migliori
traduce e interpreta sulla carta fotografica l’idea della
narrazione cinematografica, dimostrandoci oltretutto come sia
possibile (siamo alla fine degli anni Cinquanta e tutte le
“verifiche” verranno dopo) sincoparne e condensarne il tempo.
17. Ci sarebbe da chiedersi cosa rappresentino queste fotografie
(alcune delle quali pubblicate da “Il Mondo”) per il giovane
Migliori, al di là del significativo allargamento di temi e
dell’ulteriore affinamento dei suoi strumenti espressivi, che
confluiscono in uno stile ormai definito, in cui difficilmente
sono riconoscibili ascendenze e debiti.
Esse segnano l’evidente spartiacque oltre il quale il nostro
separa le proprie strade da quelle del milieu amatoriale, un
ambiente che rivela ancora un’indubbia vitalità intellettuale,
ma che - nella seconda metà degli anni Cinquanta - non è più in
grado di reggere il confronto con le coeve istituzioni del
mercato culturale industriale, in fase di rapida espansione.
Molti esponenti di questo universo risolveranno la propria crisi
con il passaggio al professionismo (Monti, De Biasi, Roiter,
Berengo Gardin, Merisio). Altri persisteranno in un genere di
fotografia divenuta - in assenza di una profonda
ristrutturazione del linguaggio - sempre più autoreferenziale,
estenuata nel manierismo salonistico.
Migliori intraprende una lunga traversata che lo porta a
sviluppare
le ricerche parallele che sta contemporaneamente conducendo. E
c’è un’immagine, tratta da “Bambini in città”, in cui il gioco
delle ombre e la presenza del muro che fa da sfondo alla bambina
fotografata rappresentano una sintesi significativa tra il
figurativo tradizionale e l’informale che si verrà proponendo
nelle sue ricerche sui “Muri”.
Nel 1958, il momento neo-verista di Migliori si può considerare
concluso. Si sviluppa e prende campo esclusivo (Ossidazioni e
Pirogrammi datano dal l948) la grande stagione della
sperimentazione e dell’informale. Ma questa è un’altra storia.
Che è già stata scritta.
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