In una lettera che mi scrisse Mario
Giacomelli ai tempi in cui iniziai ad occuparmi di neorealismo
ritrovo una sintesi - sotto forma di versi - del mio sentimento
verso questo fenomeno della storia fotografica italiana: “Realtà
come noi stessi / come disciplina interiore / come pelle e
anima”. Nella miriade di immagini, che in dieci anni ho visto e
raccolto, ho percepito infinite volte sottili vibrazioni di
pelle e anima. L’approccio scientifico mi ha condotto poi a fare
dei distinguo ben precisi tra le diverse istanze e modalità del
neorealismo, ma quell’incanto verso “una vera carità di tempo,
di occhi e di orecchi, data ai fatti, alla gente del proprio
paese” - per citare Cesare Zavattini - è rimasto intatto. (1)
Forse è proprio l’entusiasmo nel
costruire una nuova immagine dell’Italia, attraverso le storie
che non hanno fatto storia, ma hanno tessuto la vera trama di
quello che siamo oggi, il motore primo di tutto il progetto. Il
volume e la mostra cercano di dare una lettura coerente e
articolata del periodo che va dal 1932 al 1960, dando visibilità
a materiali di varia natura mai raccolti in uno stesso contesto.
Negli Annali Einaudi del 1979 Carlo
Bertelli (2) individua già nei primi decenni del secolo i germi
del neorealismo. La poetica neorealista risulta, infatti, da una
concatenazione di eventi storici e spinte ideali che non possono
esaurirsi e spiegarsi nella convinzione finora più diffusa, e
cioè che alla fine della guerra sorga improvvisamente una nuova
fotografia, grazie semplicemente alla ritrovata libertà e in
reazione agli anni bui del fascismo. Circoscrivere questo
fenomeno al dopoguerra è fuorviante, anche se effettivamente il
neorealismo in fotografia raggiunge i suoi splendori e la sua
maggiore popolarità proprio negli anni ’50, sulla scia del
successo del cinema neorealista. Ma prima, molto prima, la
documentazione della realtà aveva già trovato modo di crearsi
una nuova strada nel linguaggio fotografico.
Nel 1932 la mostra della
rivoluzione fascista consacra la fotografia come mezzo di
comunicazione di massa, connotandone il valore educativo e
divulgativo. Grande spazio e attenzione vengono riservate dal
regime all’immagine fissa, in aggiunta a tutte quelle novità
tecnologiche emerse in breve sequenza: la radio, il rotocalco e
il cinema sonoro. Elementi funzionali ai grandi apparati
informativi dei regimi e dei governi degli anni Venti e Trenta,
capaci di amplificare la pressione comunicativa degli apparati
sui cittadini. Le immagini fotografiche costituivano la ‘prova’
delle dichiarazioni di Mussolini, testimoniavano in modo
‘inequivocabile’ la verità e l’affidabilità delle sue parole.
Era ancora difficile distinguere tra informazione e propaganda,
ma intanto il popolo analfabeta aveva scoperto un linguaggio
accessibile a tutti, dal nord al sud, al di là dei dialetti e
del ceto sociale.
Ovviamente la maggior parte della
produzione fotografica, come i famosi cinegiornali, era sotto lo
stretto controllo della censura fascista. Anzi, a prescindere da
questa, era ben chiaro a tutti quello che era conveniente
documentare e quello che non lo era, ma come sempre nelle maglie
di una struttura rigida si annidano eccezioni e contraddizioni.
I fotografi addestrati a riprendere il ‘mondo reale’ si
trovarono tra le mani uno strumento che offriva molte più
potenzialità di quelle sfruttate dal regime. Succede quindi che,
accanto alle immagini dei lavoratori orgogliosi e sorridenti per
il ‘benessere’ creato dal Duce, gli obiettivi inquadravano anche
situazioni di arretratezza e miseria o tradizioni popolari in
netto contrasto con la modernizzazione proclamata dal fascismo.
Autori come Luciano Morpurgo, Pasquale De Antonis, Giacomo Pozzi
Bellini in quegli anni pensarono bene di custodire certe
immagini nei loro cassetti, in attesa di momenti migliori in cui
il loro integro sguardo potesse essere apprezzato.
Nei tardi anni ’30 si sviluppa
anche un altro importante veicolo del realismo, il
fotogiornalismo dei rotocalchi. Le riviste illustrate saranno un
altro luogo di verifica delle potenzialità del linguaggio
fotografico. In quell’epoca la maggior parte delle immagini
vengono fornite gratuitamente ai periodici dall’Istituto Luce,
ma altre pieghe della rigida struttura vengono a formarsi tra le
pagine dei giornali, che accanto alla contemplazione delle gesta
del Duce riescono a volte a inserire scene di vita vera. E’ il
caso di riviste come Omnibus di Leo Longanesi illustrata
con le fotografie di Cesare Barzacchi, settimanale di attualità
politica e letteraria, che verrà chiuso dalla censura fascista
dopo meno di due anni di attività. Oppure Tempo di
Alberto Mondadori, che adotterà il foto-testo come formula per
narrare i fatti, con il contributo innovativo dei
fotogiornalisti Lamberti Sorrentino e Federico Patellani.
Sfugge alla censura anche l’uscita di Occhio Quadrato di
Alberto Lattuada, pubblicato da Corrente nel 1941, che persegue
l’obiettività dello sguardo a dispetto della dominante ricerca
formale.
Il quadro che qui presentiamo del
periodo prima della Liberazione non poteva non includere altre
esperienze fondamentali nell’evoluzione linguistica della
fotografia italiana, come i paesaggi antipittoreschi
dell’architetto Giuseppe Pagano e i fotomontaggi di Luigi
Veronesi applicati alla grafica e alla pubblicità; senza
tralasciare l’esperienza di Stefano Bricarelli o esempi di
reportage professionale come quelli di Fedele Toscani e Tullio
Farabola.
In tutto ciò non bisogna
dimenticare che il dibattito sulla fotografia in Italia è ancora
in mano per lo più ai circoli fotoamatoriali, dediti alla
ricerca formale e scevri da ogni preoccupazione di documentare
la realtà. Bisognerà aspettare il dopoguerra per sentire le
prime voci alzarsi contro l’estetismo fine a se stesso. Da
questo dissenso nasceranno nuove associazioni di fotografi,
prorogando per lunghi anni la diatriba tra le fazioni opposte.
Una sintesi di queste dinamiche era necessaria nel nostro
excursus per poter seguire le tappe dell’evoluzione della
grammatica visiva: con Giuseppe Cavalli e Riccardo Moncalvo da
una parte e Paolo Monti e Pietro Donzelli dall’altra, per fare
solo alcuni nomi.
La caduta del fascismo segna
l’esplosione del neorealismo. La libertà d’espressione e la
necessità di ricostruire una nuova identità italiana, stimolano
la febbre della documentazione, della testimonianza del vero e
dell’indagine sul territorio. Aprono numerose testate
illustrate, iniziano gli studi etnografici, aumenta la voglia di
conoscere come si vive nelle lontane province. La società è un
fermento di vicende umane, che ha bisogno di essere fotografato
in tutte le sue contraddizioni e in tutti i suoi luoghi.
La domanda di immagini è crescente,
la fotografia invade ogni genere di supporto della
comunicazione: da quello più alto, rivolto ad un pubblico colto,
come il periodico Il Politecnico, in cui le
narrazioni illustrate di Luigi Crocenzi godono di autonomia
espressiva, fino alle brochure dei film che vengono raccontati
con la formula del fotoromanzo.
Nella fase di rinascita del paese
prevale un tentativo di identificazione collettiva e la
fotografia può esserne lo strumento, ricalcando la funzione
formativa, ben sfruttata in epoca fascista, ma mettendola al
servizio della democratizzazione. Si sviluppano una
consapevolezza sociale e una ricerca dell’autenticità delle
genti d’Italia, che segnano un felicissimo momento della
fotografia, considerata oramai il mezzo per eccellenza della
comunicazione visiva di massa.
Il bisogno di una “riconquista del
reale” (per usare un’espressione di Giulia Fanara) (3) coinvolge
ogni forma espressiva. Nel dibattito tra registi e autori di
cinema, tra cui spicca sempre il nome di Cesare Zavattini, si
troveranno le definizioni delle istanze del neorealismo. Le
parole d’ordine sono: oggettività, scopo informativo, intento
didattico e creazione di una coscienza sociale. Il neorealismo
in fotografia, invece, non ha dei codici o, meglio, non si
auto-identifica in una scuola e rimane un insieme di voci libero
e, per certi versi, contraddittorio. Autori che
‘arbitrariamente’ riconduciamo alla poetica neorealista hanno
lavorato con approcci culturali assai lontani tra loro per
obiettivi e intenzioni: il modo di leggere le loro opere nel
contesto del neorealismo passa attraverso concetti elaborati in
seguito.
Siamo andati quindi a indagare e
circoscrivere alcuni campi concettuali per ricollocare gli
elementi che compongono questo straordinario ritratto d’Italia.
Per cominciare è indispensabile andare oltre l’idea più diffusa
di una connotazione prevalentemente ambientale del neorealismo,
non essendo lo scenario popolare a fare di una foto un’immagine
neorealista. Il fenomeno tutto italiano trova, infatti,
significato in quelle pulsioni civili che contagiarono i diversi
approcci: professionali, amatoriali, scientifici, politici e
idealisti.
Il campo più pertinente è senza
dubbio quello dell’indagine-progetto. Questo è il livello che
soddisfa tutte le istanze neorealiste, dall’oggettività alle
finalità informative e didattiche, in sintonia con le teorie di
Zavattini. L’inchiesta fotogiornalistica ne è un’espressione
molto attinente, tanto più quando l’autore scompare e diventa un
documentatore al servizio della realtà. Ma in questa voce si
trova anche un’esperienza che ha segnato la cultura del nostro
paese nel dopoguerra: lo studio etnologico che utilizza la
macchina fotografica come testimone imparziale della ricerca. La
scoperta del sud è il leit motiv delle missioni etnografiche di
quegli anni ed Ernesto de Martino ne è il guru indiscusso.
Fotografi di valore come Franco Pinna, Arturo Zavattini e Ando
Gilardi ricevono da lui l’incarico di documentare i viaggi
-allora assai avventurosi- di esplorazione e investigazione in
regioni isolate e arretrate. “Il carattere sistematico
dell’osservazione, il soggiorno sul terreno, gli appunti e i
taccuini di campo, la verifica dei materiali con i nativi”, come
elenca Francesco Faeta (4), sono metodologie coerenti con le
istanze neorealiste, di cui alcuni fotografi si appropriano. Più
rigoroso il Gilardi per restituire “informazioni esatte al
laboratorio dell’etnogolo” (5), più aperto il Pinna che scattava
anche in “funzione della stampa progressista per la quale
lavorava” (6). Accanto all’indagine scientifica codificata, si
diffonde comunque un’attitudine alla registrazione di realtà
specifiche e magari in via d’estinzione che fa rientrare
numerosi lavori in questo campo concettuale: la serie accurata
di Tranquillo Casiraghi alla Torretta di Sesto S. Giovanni,
struttura contadina alla periferia di Milano o la testimonianza
di Renzo Chini, che a Piombino documenta capillarmente gli
effetti della chiusura della fabbrica che reggeva l’economia
della città. La fratellanza tra cinema e fotografia si
concretizza anche sulle pagine della rivista Cinema Nuovo, in
cui vengono pubblicati servizi fotografici come spunto per
potenziali produzioni cinematografiche strettamente neorealiste.
Ricordiamo alcune pietre miliari: Borgo di Dio di Enzo
Sellerio, Le invasate di Chiara Samugheo, Cronache
dalla Bassa di Carlo Cisventi.
Un secondo campo si può individuare
con la definizione di viaggio conoscitivo, inteso come
esplorazione del territorio, come raccolta di una memoria visiva
del proprio vissuto. Un approccio più individuale, che mantiene
però il rispetto per l’oggettività. Spesso coincide con un
itinerario ideale che vuole dimostrare tesi: per esempio la
necessità del progresso per combattere la miseria, o all’opposto
la denuncia del pericolo che l’industrializzazione possa
cancellare società arcaiche, tradizioni e identità locali. Nei
fotografi viaggiatori erano frequenti l’impegno civile e la
sensibilità politica, ma lo stimolo poteva scaturire da sete di
conoscenza per niente influenzata da scelte di partito. Il
mosaico si fa quindi più variegato e ci restituisce le cento
Italie attraverso lo sguardo di narratori come Nino Migliori con
Gente dell’Emilia, Pietro Donzelli con il delta del Po,
Enrico Cattaneo, Ugo Zovetti e Mario Carrieri con la loro
Milano, Enrico Pasquali con le mondine, Mario Giacomelli con la
serie sulla Puglia, Mario Cattaneo con i vicoli di Napoli,
Alfredo Camisa con i suoi spaccati di ambienti rurali e urbani;
e Piergiorgio Branzi, Fosco Maraini, Mimmo Castellano, Mario
Ingrosso, Mario De Biasi, Cecilia Mangini, Tino Petrelli, Fulvio
Roiter con l’infinita scoperta del Sud.
Il terzo campo concettuale include
tutta quella fotografia di genere che si allontana dalle istanze
neorealiste, ma mantiene una fondamentale relazione con la
realtà. Coincide per lo più con la fotografia di strada, a volte
con un taglio pittoresco o bozzettistico. Senza alcuna
intenzione di creare una coscienza sociale, ma con la tendenza
comunque a raccontare stralci di vita popolare. Ne fa largo uso
la rivista Il Mondo che pubblica singole immagini di fotografi
quali: Paolo di Paolo, Carlo Dalla Mura, Gianni Berengo Gardin,
Roberto Spampinato.
Il
fotogiornalismo però, dopo l’ubriacatura dell’immediato
dopoguerra, si trova davanti a un problema: la guerra fredda.
Voleva dire essere costretti a scelte di campo: le testate si
dovevano schierare, i cineasti venivano consigliati fermamente
di cessare ”l’impietosa ostentazione dei panni sporchi” (7) e i
fotografi erano spesso coinvolti per illustrare l’una o l’altra
prospettiva. Ma la fotografia di per sé non era un’industria
come il cinema, che riceveva consistenti sovvenzioni dallo
stato; le minacce non potevano incidere più di tanto sul lavoro
dei fotografi e, forse anche per questo, essi conservarono più a
lungo la libertà e la passione di scoprire i mille volti di
un’Italia ancora lontana dall’omologazione. Il loro sguardo, più
o meno consapevole, continuava a interpretare la poetica
neorealista nella sua massima espressione, perché (come sostiene
Fabio Amodeo) “in fondo cinema e letteratura potevano fare
realismo, ma sempre fiction era”, mentre la visione dei
fotografi aveva a che fare con persone autentiche, paesaggi
veri, storie corali che vibravano di pelle e anima.